05 agosto 2026
Libro II - Capitolo 2 (Unicità)
Man mano che approfondisco questa nuova vita comprendo sempre meglio le lezioni imparate sui libri e nei lunghi corsi che mi hanno portato ad essere un coach professionista.

Man mano che approfondisco questa nuova vita comprendo sempre meglio le lezioni imparate sui libri e nei lunghi corsi che mi hanno portato ad essere un coach professionista.
Come al solito il lavoro sul campo smaschera gli imbrogli in pochi secondi ma è anche l’unico modo per imparare davvero qualcosa.
È proprio vero che sbagliando si impara.
Oltre a sbagliare o forse a sentirmi ancora poco esperto su determinati argomenti sto soprattutto scoprendo me stesso e la mia metodologia.
Appena terminato il percorso di studi mi ero fatto più o meno una prima idea di come avrei impostato le mie sessioni, di quello che avrei proposto e di come avrei potuto aiutare le persone. Adesso posso confermare di aver avuto degli ottimi propositi, ma pochissima conoscenza delle reali dinamiche di un rapporto di coaching.
Cosa assolutamente normale, essendo nuovo del mestiere.
Ho capito innanzitutto qual è il motivo per cui faccio tutto questo.
Come avrete letto nei vari articoli che ho pubblicato ho vissuto tanti momenti che avevo etichettato come ingiusti.
Questo perché venivo considerato inadatto a raggiungere il mio sogno di essere un rugbista professionista, a causa della mia stazza non proprio imponente.
Ce l’ho fatta comunque e l’insegnamento più prezioso che mi porto dietro è che c’è una sola cosa che può permettere ad ognuno di raggiungere il proprio successo: l’UNICITÀ.
Nessuno ha le nostre caratteristiche.
Nessuno ha il nostro vissuto e quindi la nostra esperienza e le nostre motivazioni.
Quando siamo noi stessi abbiamo la possibilità di accedere al massimo delle nostre capacità che appunto, sono uniche e irripetibili.
Pensate per esempio allo sport che abbiamo costantemente sotto gli occhi, il calcio.
I giocatori sono tutti uguali? Ovviamente no, ma determinate caratteristiche risulteranno in determinati ruoli.
Quindi i giocatori dello stesso ruolo sono uguali? Assolutamente no, ci sono attaccanti alti, altri bassi, c’è chi è più veloce, chi più agile o chi è più lento ma più potente, ecc. Si potrebbe andare avanti per ore ad elencare le varie differenze nei vari giocatori.
Queste differenze però sono ciò che io apprezzo come UNICITÀ!
In questo esempio infatti, questi calciatori ottengono lo stesso risultato sfruttando caratteristiche completamente diverse.
L’errore che vedo commettere più di frequente, non solo nello sport, ma in qualsiasi altro ambito, è quello di essere spinti a soffocare queste preziose qualità per uniformarsi a standard ritenuti più idonei.
Vengono creati modelli temporanei che suggeriscono quello che è giusto o sbagliato.
Non si sa effettivamente da dove arrivino queste norme universali a cui dover rispondere per essere accettati dalla società, eppure ogni periodo storico ha avuto le proprie.
Io credo che funzioni più o meno così:
Ogni momento di equilibrio in cui i limiti di un determinato ambito sono ben conosciuti e accettati, prima o poi, viene scosso da un’eccezione, da un qualcuno che dal nulla, per qualche oscuro motivo decide di ascoltare il proprio istinto, di usare sé stesso o sé stessa e vincere una qualsiasi sfida dimostrando che non esistono vere e proprie regole scritte.
Questo processo porta sempre con sé una ventata di aria fresca e di entusiasmo che abbatte le vecchie convinzioni e migliora la consapevolezza generale. Di conseguenza i responsabili di questo successo diventano inevitabilmente nuovi modelli da copiare.
È così che il risultato, ritenuto fino a poco tempo prima impossibile, è ora un qualcosa alla portata di tutti gli altri che non devono far altro che diventare una brutta copia dei “vincitori” originali per sentirsi qualcuno e rispondere alle aspettative sociali di figaggine.
Riflettendoci su, esattamente come in un qualsiasi meeting aziendale o in una discussione con il/la partner, aspettare che sia qualcun altro a prendersi la responsabilità di cambiare le cose è molto più semplice.
Essere i primi crea spesso disagio, ma una volta che la strada è stata già spianata da altri i rischi di non sentirsi accettati diminuiscono incredibilmente e lo status può rimanere inalterato.
Questo mantiene le società in cui viviamo in uno stato di finto appagamento. Vengono valorizzate la sicurezza e la banalità del copiare invece dell’originalità che è da sempre sinonimo di evoluzione.
La consapevolezza di sé e del contributo che si vuole dare al mondo portano alla luce ciò che abbiamo di unico da usare per raggiungere la nostra autorealizzazione.
Fino a quando si aspirerà ad essere la brutta copia dei “coraggiosi del mondo” (che hanno “semplicemente” creduto nella loro diversità) sarà difficile trovare il proprio ruolo e soprattutto, la vera felicità.
Il mio scopo ora è quello di supportare le persone a trovare il loro modo per affrontare la vita e le sue sfide, rendendole consce del fatto che esistono infinite possibilità per portare a termine un compito, che non ne esistono di giuste o sbagliate e che tutti ne hanno a disposizione ALMENO UNA capace di farli sentire REALIZZATI.
Vorrei che si abbandonassero le convenzioni che ci tengono solamente aggrappati ai vecchi limiti e che si prediligesse una cultura del successo basata sul nuovo, sulla curiosità e l’originalità.
Vorrei che si chiedesse alle persone di raggiungere obiettivi, lasciando che siano loro a decidere la strada da prendere e non imponendo imitazioni di metodi obsoleti, ma sulla carta, più sicuri.
Saremo molto più soddisfatti e vincenti.