05 agosto 2026
Capitolo 9 (Le squadre che contano)
Punto della situazione. Fino ad ora ho raccontato delle esperienze in squadre italiane forti e in categorie più basse. La storia si è ripetuta per tutte e 15 le stagioni più o meno in questo modo:…

Punto della situazione.
Fino ad ora ho raccontato delle esperienze in squadre italiane forti e in categorie più basse.
La storia si è ripetuta per tutte e 15 le stagioni più o meno in questo modo: giocavo in una squadra forte e capivo cosa mi mancava.
La stagione dopo andavo in una squadra meno forte per riprovare le cose da migliorare e imparavo.
L’anno dopo tornavo in una categoria più alta per mettere in pratica.
Il loop funzionava così.
Come è normale che sia, gli insegnamenti più importanti vengono dalle esperienze cosiddette “negative” e io, ADESSO, posso dirmi molto soddisfatto delle tante lezioni prese.
Mentre le vivevo era difficile vedere quanto potenziale ci fosse da prendere, ma ora consiglio a chiunque di non sottovalutare mai nulla, che c’è sempre tantissimo da imparare.
Comunque.
Si può capire come fossi ovviamente bravo a prenderla con filosofia, ma dopo tutte queste delusioni sportive sentivo anche la necessità di riscatto.
Ero ancora arrabbiato perché volevo una sorta di giustizia.
In Italia non mi sentivo capito e quindi volevo andare all’estero e mettermi veramente alla prova in paesi in cui il rugby è cosa seria.
I più importanti banchi di prova per me sono state l’esperienza in Francia e quella in Inghilterra.
Sono molto orgoglioso di queste stagioni.
Sono riuscito a firmare un primo contratto in Francia, in una squadra molto forte rispetto a quello a cui ero abituato e a giocare tanti minuti in un campionato finito con 21 vittorie su 23 partite e una promozione nel professionismo francese.
Arrivavo dalle batoste più grosse in Italia: il mondiale, gli anni lasciato in panchina e la prima discesa di categoria che mi dispiaceva tantissimo, ma che mi aveva anche ridato tanta fiducia e voglia di fare.
Poi avevo vissuto quello stranissimo primo periodo francese con la squadra amatoriale in cui avevo ritrovato entusiasmo e la semplicità del gioco.
Ho iniziato l’anno nel migliore dei modi, ma mi sono scontrato presto con gli insegnamenti di cui avevo bisogno per fare il salto di qualità.
Non avevo mai pensato a questa cosa prima di quel momento, ma in una squadra piena di talenti o personalità forti ci sono tanti scambi di idee e a volte se non ci si impone, semplicemente non si viene ascoltati.
Io non ero capace di impormi sul campo.
E il mio ruolo si basava su quello.
Da ultimo arrivato in una delle patrie del rugby, ero in soggezione.
Quando mi contraddicevano mi sentivo in dubbio, anche perché NESSUNO mi aveva mai spiegato così tanta tattica come in quel momento, e mi sentivo l’unico a non saperla.
Come potevo risultare sicuro di me senza conoscere quelli che sembravano i fondamentali?
Giocavo parecchio, ma questa sfiducia mi ha reso sicuramente meno libero e più impacciato.
Dividevo la maglia da titolare con un giovane molto promettente ( e che ha mantenuto queste promesse ) e giocavamo praticamente una partita a testa.
Lui giocava sempre benissimo!
E io mi mettevo sempre in competizione con lui. Volevo giocare meglio.
Ricordo il sabato che ha segnato definitivamente quella stagione, in cui pensavo di avere l’occasione perfetta per fare la differenza e prendermi il posto da titolare.
Giochiamo fuori casa, contro una delle squadre più in forma del momento, oltre a noi.
In Francia, quando si gioca fuori casa è davvero molto difficile vincere perché le squadre avversarie fanno di tutto per non perdere nel loro stadio, davanti ai loro tifosi.
Fare bene in quelle condizioni mi avrebbe dato la visibilità giusta con i compagni e con gli allenatori.
E ho giocato malissimo.
La squadra ha giocato malissimo e abbiamo perso la prima partita dopo una lunghissima serie di vittorie.
Proprio quando c’ero io, cazzo!
Ho vissuto un momento di delusione grandissima, sapevo di aver toccato il fondo e mi ero sentito incapace di proseguire il mio percorso verso il mio sogno.
Ero imbarazzato con i compagni e arrabbiatissimo con me stesso, per i 3 placcaggi sbagliati, per il calcio sbagliato e per qualche incomprensione con i compagni.
Avevo chiesto un appuntamento con l’allenatore per parlargli della brutta prestazione, chiedere aiuto, ed ero rimasto scioccato da come lui non la pensasse assolutamente così.
Abbiamo parlato per un paio d’ore e per la prima volta nella mia vita avevo parlato con qualcuno all’ interno alla squadra delle mie paure, delle mie insicurezze, ricevendo in cambio un confronto utilissimo.
Toccavo il fondo, ma aver condiviso dei pensieri a riguardo mi faceva sentire come se non ci fosse più niente da nascondere, più niente da perdere e ho ripreso ad allenarmi con una carica provata poi poche volte.
Gli insegnamenti precedenti che sembravo aver dimenticato in quella prima parte di stagione erano riaffiorati quasi per magia e mi hanno permesso di riaggiustare la mira, verso l’obiettivo.
Avevo perso d’occhio l’unica cosa importante che era giocare il presente, senza copiare nessuno, e usando me stesso!
Questo mi stava mostrando come le lezioni del passato erano finalmente assimilate e che nel momento del bisogno fossero i miei mezzi indispensabili per essere il meglio di me.
Cambiando il mio modo di pensare, ho finito il campionato per me stesso, giocando partite di buonissimo livello, segnando punti e finalmente, soddisfatto.
Il progetto adesso era cambiare squadra e riprendere il lavoro della leadership e della sicurezza (e guarda caso sono andato nella squadra italiana dei due capitoli precedenti).
E poi finalmente arriva lei, l’altra esperienza, la più recente in Inghilterra che rappresenta probabilmente il livello più alto in cui ho giocato e in cui ho saputo accedere alla miglior versione di me.
È quella che apprezzo di più perché ho saputo affrontare con serenità i momenti in cui non ero considerato il titolare, giocando al meglio quando mi veniva data la possibilità.
L’inizio è stato abbastanza complicato.
Ero ancora in una specie di provino.
La società aveva acquistato 6 giocatori nel mio ruolo ed essendo italiano, a priori ero l’ultimo della lista.
Dopo la preparazione, per l’allenatore ero diventato il terzo, ma prima dell’inizio del campionato ero riuscito ad assicurarmi il posto stabile in panchina.
Una normale stagione fatta di alti e bassi in cui però ero accompagnato costantemente da tutti gli insegnamenti che finalmente erano parte di me.
È stata la primissima stagione dopo le altre 14, in cui mi sono concentrato esclusivamente sul gioco, senza sentire di aver qualcosa da lavorare per poter mettermi a livello degli altri.
È stata la primissima volta in cui ho capito di essere abbastanza preparato per affrontare ogni sfida e di poter contare su di me per qualsiasi risoluzione di un problema.
Si è ripresentato il discorso della leadership all’interno della squadra e dopo un momento iniziale complicato mi sono fatto forza, ho parlato (soprattutto con i fatti) e ho vinto la mia sfida.
Sapevo di essere adeguato per il compito e in campo vivevo solo nel presente.
Le ultime 3 o 4 partite sono tra i ricordi più soddisfacenti che ho della mia intera carriera.
Dopo un enorme lavoro fisico e mentale durato 13 anni mi ero preso, sul campo, il posto da titolare e penso di non aver mai giocato cosi bene prima di allora.
Finalmente sono arrivato dove volevo!
E poi?
Pandemia mondiale.