05 agosto 2026
Capitolo 8 (Insegnamento numero 3: gioca con quello che hai)
Per quanto sia allettante fare tutto subito, ma soprattutto ottenere risultati nel più breve tempo possibile, la regola numero 3 è semplicemente questa: gioca con quello che hai.

Per quanto sia allettante fare tutto subito, ma soprattutto ottenere risultati nel più breve tempo possibile, la regola numero 3 è semplicemente questa: gioca con quello che hai.
Nella storia precedente ho vissuto una situazione che mi era capitata già più volte.
In questo caso forse era stata portata all’esasperazione, ma avevo finalmente imparato la lezione e ho saputo affrontarla nel modo migliore.
Ho già scritto di come tutti possiamo incontrare persone a cui non piacciamo e che hanno giustamente una propria preferenza riguardo a chi vogliono intorno a loro.
Per fortuna tutti abbiamo ancora questa libertà!
Un allenatore è prima di tutto una persona e deve avere i propri gusti, sia riguardo al gioco che vuole fare, sia ai giocatori che possono esprimerlo al meglio, ci mancherebbe!
Però, questo fa di me un giocatore sbagliato?
La sua preferenza cambia le mie abilità?
No e no.
Nei primi anni giocati ai più alti livelli italiani, quando entravo dalla panchina mi sembrava di non avere un ruolo preciso.
Nella mia testa ero stato etichettato come seconda scelta e l’unica cosa che volevo fare era sfoggiare tutto il mio repertorio tecnico e la mia velocità.
Ricordo che dentro di me dicevo: “entro e faccio questo, quello e quell’altro”.
“L’unico modo per prendermi sto benedetto posto da titolare è mostrargli questo e questo”, ecc…
Entravo, giocavo a mille all’ora e non mi preoccupavo assolutamente della tattica o di altro, ma solo della mia “sopravvivenza sportiva”.
Risultavo comunque bravo e talentuoso, ma probabilmente non efficace.
Vi è mai capitato di iniziare una partita o una gara con certe aspettative per poi ritrovarvi in situazioni completamente diverse?
Mi è successo tantissime volte e solo perchè giocavo senza vivere il presente, senza reagire a quello che succedeva, ma forzando le azioni per soddisfare un mio bisogno.
La vita, in generale, non funziona così e me lo ha mostrato tante volte fino a che non ho imparato ad avere pazienza.
In qualsiasi ambito si può solamente agire utilizzando quello che abbiamo a disposizione.
Non si può voler giocare in attacco se si è in difesa, ma una buona difesa vissuta a pieno ci riporterà in una posizione favorevole per attaccare.
In inghilterra dicono “first thing first”, la prima cosa si fa prima o una cosa alla volta. Si può dire in mille modi diversi, ma il concetto è proprio quello di rimanere concentrati sul presente, su quello che è più importante risolvere nel momento in cui siamo.
Dalla qualità con cui riusciamo a eseguire quel primissimo passo dipenderà anche tutto quello che arriverà dopo e ogni passaggio saltato, non vissuto, ci toglierà sempre più il controllo della situazione.
Quella stagione vissuta principalmente in panchina o in tribuna per me è stata la conferma di aver imparato a gestire le situazioni più complicate e di essere in grado di vivere il presente, senza forzare nessun tipo di comportamento.
Per non fare confusione, nel coaching, il primo passo del percorso è quello di andare ad evidenziare gli obiettivi della persona mettendoli nero su bianco e costruendo un percorso finalizzato al loro raggiungimento.
Avere degli obiettivi che influenzino i nostri comportamenti è uno step fondamentale che ci da la direzione più efficace da seguire, ma è anche un buon metro di giudizio riguardo a ciò che stiamo facendo: nei casi in cui l’obiettivo non debba essere raggiunto, si potrà guardare la qualità dei comportamenti tenuti e la loro coerenza con lo scopo finale e intervenire sull’anello debole del processo.
Essere PROATTIVI in questo caso è fondamentale.
Ed è importante esserlo sempre quando ci si allena e ci si prepara per le sfide, magari andando anche a forzare certe situazioni per fare in modo di occuparsi di tutti i dettagli.
Dopo aver pianificato però, c’è un momento in cui la vita ci impone di agire in modo REATTIVO a quello che ci propone, adattandoci alla situazione per andare ad attingere dalle risorse più utili e poi poi ritornare all’attacco.
Questo insegnamento mi ha aiutato tantissimo mentalmente anche nella gestione della pressione.
A volte ad esempio, ponendomi sempre degli obiettivi personali prima di una partita, e data la mia voglia di sfidare la mia paura del contatto, iniziavo decidendo che la partita sarebbe stata buona se avessi fatto almeno 10 placcaggi.
Alla fine del primo tempo, o addirittura a fine partita mi rendevo conto di aver giocato una gran partita in attacco e che non avevamo concesso molti palloni alla squadra avversaria e quindi io non avevo potuto testare la mia difesa.
Ero stato bravo lo stesso?
In questi casi non riuscivo ad essere pienamente felice della mia prestazione perchè non avevo raggiunto il mio obiettivo e la mia rigidità alimentava la visione negativa degli eventi.
L’apertura a tutti i possibili scenari e la consapevolezza di essermi preparato nei minimi dettagli mi alleggeriva di qualsiasi bagaglio inutile, non dovevo forzare le situazioni per rincorrere un obiettivo inesistente in quel preciso momento.
Questo paragone mi ha sempre colpito tantissimo:
Immaginate la vita di una goccia d’acqua in un fiume che scorre.
È esattamente come la vita di ogni singola persona.
La goccia intraprende un percorso spinta da una forza più grande di lei, non sa cosa potrà incontrare sul suo cammino, ma lo affronterà quando si troverà a confrontarsi con esso.
L’obiettivo non viene mai messo in discussione anche quando curve, cascate, esondazioni e siccità, difficoltà e ostacoli rendono tutto più difficile: il mare verrà cercato ad ogni costo.
Una persona che ha chiaro il proprio obiettivo sa molto bene il percorso da intraprendere, ma meglio si adatterà e reagirà alle difficoltà della vita e più aumenterà le proprie possibilità di successo.