05 agosto 2026
Capitolo 7 (Il lavoro paga, ma non saprai mai quando)
Le esperienze che ho vissuto fino a questo punto della storia mi hanno regalato la capacità di essere veramente tanto oggettivo riguardo le mie prestazioni.

Le esperienze che ho vissuto fino a questo punto della storia mi hanno regalato la capacità di essere veramente tanto oggettivo riguardo le mie prestazioni.
Se sei lasciato in panchina da un allenatore puoi sempre incolpare lui e il mondo intero, ma essere comunque sereno con te stesso.
E questo non ti fa decisamente migliorare.
Quando invece giochi ogni partita e capisci che hai difficoltà a fare quello che vorresti, sei obbligato a metterti in discussione.
Sono sempre stato bravo nel praticare l’autocritica, ma ho dovuto imparare a gestirla un po’ meglio in modo che diventasse veramente efficace.
A pensarci bene più che essere bravo, ero veramente pessimo. In qualsiasi esperienza competitiva ero accompagnato da un costante giudizio svilente, esattamente lo stesso dei miei famosi allenatori da cui desideravo più di ogni altra cosa staccarmi…
Non li vedevo da anni eppure davo ancora a loro il potere di decidere quello che serviva per diventare “qualcuno” nel mondo del rugby.
Ma le cose stavano cambiando e anche se ancora oggi sento quella voce che mi spinge alla perfezione, posso dire che questi episodi che racconto mi hanno insegnato a controllarmi e a saper decidere consapevolmente le scelte da fare.
Così, in questo racconto voglio parlare di quella volta in cui ho scelto di tornare in Italia, dopo un’esperienza francese molto soddisfacente e produttiva e ho firmato un buonissimo contratto con una mia vecchia squadra.
Una società ambiziosa in cui avrei potuto allenarmi davvero bene, mettendo in pratica tutte le nuove abilità imparate nell’esperienza transalpina.
Mi sento quasi immortale!
La sola idea di aver giocato in un livello molto più completo, di aver vinto un campionato in una delle patrie del rugby mi da una sicurezza mai provata prima.
La preparazione estiva è dura ma non sento niente se non il divertimento, la mia immensa passione, e stranamente la mia forza.
È un sogno.
Iniziano le partite amichevoli pre campionato, la squadra è forte e gioco molto bene con grande tranquillità, vinciamo tutto, siamo pronti per iniziare.
Sono in uno stato di grazia che un po’ mi stupisce e un po’ finalmente mi dà sollievo, dato tutto l’impegno messo, i viaggi, i cambiamenti, le delusioni, le infinite autoanalisi, le amicizie lasciate per strada e i sogni mai cambiati.
Non vedo l’ora di prendere ciò che è mio.
Prima partita di campionato.
Iniziamo benissimo. Dopo pochi minuti, azione veloce, prendo palla, corro, faccio un bel passaggio che smarca il mio compagno, segniamo!
Sono contento e sempre più sicuro. Questo è quello che so fare.
Però…
Il primo tempo della partita non continua in questo modo. Gli avversari sono bravi e noi non riusciamo a carburare così bene come durante la preparazione estiva e finiamo il primo tempo sotto di qualche punto.
Fulmine a ciel sereno, l’allenatore decide di cambiarmi e io non rivedo il campo per diverse partite. Addirittura rimango in tribuna o comunque quasi sempre in panchina, tutto dopo solo una mezza partita non andata secondo i piani.
Sono arrabbiatissimo, ma continuo ad allenarmi davvero bene.
D’altronde ho le spalle abbastanza larghe ormai (ed è una metafora se non si fosse capito ancora) e abbastanza sicurezza in ciò che posso dare, quindi vado a parlare con l’allenatore per capire le sue motivazioni.
Passano le settimane e le cose per me non cambiano, e nemmeno quelle della squadra, che non riesce a performare come potrebbe, fino a quando non incontriamo una delle squadre più forti, la nostra contendente al titolo.
Dal nulla, senza preavviso, sono di nuovo titolare.
Giochiamo fuori casa, uno degli scontri più belli del campionato.
Vinciamo alla grande, gioco praticamente tutta la partita e sono al settimo cielo per aver avuto la mia solita prestazione sicura e divertente, nonostante la situazione così incerta.
Partita seguente? In tribuna.
Una stagione in cui gioco solamente quattro partite da titolare (su venti).
Quattro partite contro le squadre di alta classifica in cui vinciamo con scarti di 20, 30 e 40 punti.
Finiamo il campionato fuori dalla zona playoff.
Io sono arrabbiato, ma soprattutto deluso.
Non avevo le aspettative degli altri in questo caso, ma la mia, viste le premesse, era quella di fare qualcosa di speciale, di essere visto da squadre ancora più forti e continuare la mia carriera con il giusto riconoscimento all’impegno e i sacrifici già citati.
E invece non ho potuto far vedere niente, se non in qualche occasione.
Eppure ho appreso qualcosa di straordinario, e nonostante tutto sono davvero contento! Non mi era mai capitato di sentirmi così. (E ve lo spiego nel prossimo capitolo dell’insegnamento ricevuto!)
Ma decido di lasciare la squadra.
La società mi vuole tenere, ma io da buon testardo ho già la testa altrove e voglio tornare all’estero.
Come ho già accennato in uno dei capitoli precedenti, rescindo il contratto senza avere una destinazione estera certa, consapevole però di poter trovare qualcosa e ricominciare imperterrito la mia ricerca della felicità.
Rifiuto alcuni contratti in Italia e il tempo continua a passare senza che io abbia trovato ancora niente.
Continuo ad allenarmi e lo faccio per altri 8 mesi… corro la mattina in un bosco vicino a casa, alleno il contatto con un sacco da placcaggi pieno di sabbia, e i passaggi contro un albero in riva ad un torrente: ogni passaggio sbagliato è un’acrobazia per recuperare il pallone e non bagnarsi.
Con il sole, con la pioggia e con la neve come nei migliori film motivazionali, passo gli 8 mesi in forma come non mai, ma alla fine (controvoglia e con la paura che potesse essere la fine del mio sogno) cedo alla chiamata di una squadra italiana, sperando che il mio obiettivo possa diventare comunque realtà.
VOGLIO che l’Inghilterra sia la mia prossima meta.