05 agosto 2026
Capitolo 6 (Lezione numero 2: azione vs emozione)
Gli atleti che ho incontrato in questi viaggi non erano professionisti. Non erano i tipici rugbisti super uomini, non si allenavano per ore e ore e anzi, spesso e volentieri se avevano altri impegni…

Gli atleti che ho incontrato in questi viaggi non erano professionisti.
Non erano i tipici rugbisti super uomini, non si allenavano per ore e ore e anzi, spesso e volentieri se avevano altri impegni durante la settimana non esitavano un secondo a saltare un allenamento.
Giocavano per divertimento (sfigati!).
Loro mi ammiravano per il grande impegno, io li ammiravo per la libertà.
Il mio obiettivo non mi ha mai permesso di sentirmi libero fino in fondo, ma lo dico guardando esclusivamente la positività della cosa: vivevo il mio sogno, miglioravo me stesso ed ero pagato per farlo.
Dovevo solo imparare a farlo serenamente, senza mettermi pressione inutilmente.
Ad ogni modo, quei ragazzi volevano solo giocare, erano li per la loro passione e non davano ascolto alle critiche esterne.
Naturalmente non voglio dire che non avessero problemi, però da un punto di vista prettamente rugbistico dicevano: “io so dare questo, e va bene così”.
Lo pensavano, lo vivevano e con mio grande stupore lo rinfacciavano anche agli allenatori.
Alieni.
Vedere ragazzini fisicamente più piccoli e molto meno allenati di me, semplicemente stringere i denti, abbassarsi e placcare o stringere il pallone tra le braccia, correre e schiantarsi, a volte anche drammaticamente senza speranza, ha fatto nascere tante nuove domande.
“Io ero quello che fisicamente aveva la scusa per non farcela…
Sono davvero incapace?
Mi hanno sempre etichettato piccolo e anti-rugby. Chi ha ragione? Quelli che semplicemente fanno quello che dice il loro istinto o i miei “istruttori” che si affidavano solamente alle tipiche convenzioni?”
Un colpo al cuore! Dovevo rimettere tutto in discussione, ma c’era altro da fare?
Ovviamente grazie al mio essere quello che sono, propenderò sempre verso il bicchiere mezzo pieno, verso le nuove opportunità, così vi spiego meglio quello che poi ho deciso grazie a queste esperienze.
Il primo pensiero è stato: “se ci riescono loro ci devo riuscire anche io! È anche una questione di orgoglio personale.”
Come? Bo.
Avevo la tecnica e ci provavo già da tempo, fosse stato così facile…
Allora ho iniziato a ragionare esclusivamente su quello che facevano.
E con mio grande stupore non eseguivano altro che un movimento.
Io quell’azione l’avevo fatta talmente tante volte, soprattutto in allenamento, che non c’erano dubbi sulla mia abilità nel riprodurla.
Eppure davanti ad una persona in velocità sembravo incapace di muovermi con cognizione.
La paura entrava sempre in gioco e mi distraeva, mi faceva vagare con la mente a tutti gli possibili scenari di infortuni, derisione per aver sbagliato, di contratti strappati e quindi di impossibilità di vivere di ciò che volevo, tutto in una frazione di secondo perché comunque l’avversario il suo lavoro continuava a farlo…
Ho iniziato a pensare a come avrei agito se non avessi avuto paura.
E se fossi riuscito a vedere il placcaggio da un punto di vista puramente razionale e non emotivo?
Il fatto di vederlo come un movimento, a sua volta fatto di tanti mini movimenti, mi ha cambiato la vita, permettendomi di concentrarmi sulle azioni concrete piuttosto che sui dettagli inutili.
Anche se ci è voluto tanto tempo e tantissimi fallimenti per arrivare a questa soluzione da solo, grazie a questa esperienza personale, ho allargato il concetto a sempre più ambiti e sono arrivato ad una “semplice” conclusione:
Esistono solo semplici accadimenti. Ognuno dà il valore che riesce a dargli, in modo personale.
Dico riesce, perché il valore che si dà ad un determinato evento può derivare da tantissime variabili, da un vissuto particolare, dalla propria cultura, dalle proprie paure o altri fattori e quindi, non è mai oggettivo.
Nonostante questo però, resta il fatto che un evento tolto di ogni tipo di personalizzazione resta una semplice combinazione di fredde azioni.
In parole povere, ragionandoci un po’ su, tutti avrebbero le abilità di portare a termine qualsiasi sfida, se non fossero condizionati dal valore che danno alla sfida stessa.
Per esempio.
Che differenza c’è tra fare l’equilibrista sul bordo di un semplice marciapiede e farlo sul cornicione (anche di due metri di larghezza!) al decimo piano di un palazzo?
Siamo d’accordo che tutti abbiamo la capacità di non cadere da una superficie larga due metri? (a meno che non ci siano condizioni mediche particolari ovviamente).
Quello che ci blocca, che ci impedisce di lasciar fare al corpo il proprio lavoro è il fatto di concentrarsi su ciò che non è importante per la vera e propria azione (in questo caso penso proprio sia cadere dal palazzo e non sarebbe una cattiva preoccupazione, ma spero mi seguiate nel concetto).
Un altro esempio può essere la paura degli insetti, che per qualcuno c’è e per altri no. L’insetto non è pericoloso esclusivamente per quelle persone che ne hanno paura, però il valore che decidiamo di dargli è quello, e la nostra realtà prende forma di conseguenza.
Quindi tornando a me, io ho provato a togliere questo valore.
In allenamento era più facile, ma poi con il tempo sono riuscito anche in partita.
Vedendo le azioni da portare a termine senza interpretazioni, mi sono allontanato dall’identificarmi in una persona schiava della mia paura.
Ho iniziato a vedere me stesso come un semplice corpo all’azione.
Perchè avrei dovuto sentirmi diverso da un altra persona impegnata nella stessa azione?
Per la diversa muscolatura? No! I miei nuovi compagni mi stavano mostrando esattamente il contrario.
Quindi provavo ad usare il mio corpo come facevano tutti gli altri.
Mi impegnavo ad essere me stesso, spogliato dalle paure e spesso riuscivo a farlo al meglio.
Non era sempre facile, ma succedeva tante volte e questo alimentava la convinzione che avessi trovato la strada giusta, che essere sicuro di me stesso, delle mie qualità fisiche fosse finalmente il percorso da seguire.
Si rafforzava in me anche l’idea che le strade per il successo sono veramente infinite.
Ero abituato diversamente..
Gli allenatori che avevo avuto erano sicuri solamente del loro vissuto e davanti a giocatori diversi dai loro ideali, semplicemente li etichettavano giusti o sbagliati.
E i giocatori come me, che riponevano in loro l’unica speranza di diventare qualcuno, si identificavano con queste definizioni (la seconda purtroppo se non si fosse capito) entrando in un circolo vizioso senza fine.
Invece, proprio perché ognuno di noi da un valore soggettivo alle situazioni (per tutte le cause che possono venirci in mente), non esiste un solo modo di affrontarle.
Il viaggiare e conoscere nuove persone mi ha mostrato che il mondo è molto più vario di quello che si possa anche solo immaginare, che se in Italia si fa una cosa in un modo, in Francia e in Inghilterra la fanno in altri due modi diversi per esempio, e fondamentalmente nessuno ha la ragione assoluta, sta a chiunque abbia voglia di sperimentare di trovare il proprio metodo.
Stavo imparando che mi ero condizionato da solo con tutte le cose che mi erano state insegnate e che a forza di sentirmi ripetere determinate frasi avevo finito per crederci e che invece se fossi stato libero come questi nuovi compagni avrei finalmente trovato il mio metodo.
Adesso mi sento abbastanza libero, ho sicuramente margini di miglioramento e il processo di sperimentazione continua ancora oggi.
Ogni momento è a sé e a volte funziona e a volte no, ma uso questa tecnica in continuazione, sapendo che con l’aiuto di me stesso saprò sempre scegliere la modalità giusta per esprimermi e trovare soluzioni.