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05 agosto 2026

Capitolo 5 (Le categorie minori)

Come detto, dopo il primo grande insegnamento, a questo punto della storia ho giocato tre stagioni in tre squadre diverse della categoria italiana più alta, con un minutaggio…

Capitolo 5 (Le categorie minori)

Come detto, dopo il primo grande insegnamento, a questo punto della storia ho giocato tre stagioni in tre squadre diverse della categoria italiana più alta, con un minutaggio basso sì, ma confermando di avere buone qualità e mantenendomi bene in forma.

La maggior parte delle squadre, anche ai livelli più alti, hanno problemi di soldi, i posti disponibili per i giocatori diminuiscono e per forza di cose non sono al centro del mercato estivo.

Ho voglia di giocare tanto e la decisione più sensata in questo momento è fare un passo indietro con la speranza di poterne fare due avanti nel più breve tempo possibile.

E in questo momento si apre una nuova parentesi.

Questo tipo di “discesa di livello” si ripropone diverse volte (tre per l’esattezza) nel corso dei miei attuali quindici anni di carriera e per motivi diversi tra loro, ma porta con sé insegnamenti pratici impagabili.

In ordine cronologico questi sono stati i miei spostamenti:

Il primo segue evidentemente l’ultimo anno nella massima categoria ed è mosso semplicemente dalla voglia di giocare maggiormente, ancora molto giovane e speranzoso e soprattutto bisognoso di esperienza sul campo.

RISULTATO DELLA DECISIONE: tanti minuti giocati durante la stagione, sorriso ritrovato e promozione in serie A1 della squadra.

Il secondo invece segue la voglia di mettermi in gioco all’estero.

Ancora arrabbiato per gli anni precedenti, la prospettiva di giocare in Francia, una delle patrie del rugby sia qualitativamente che economicamente, rappresenta la svolta per me.

L’unico problema è rappresentato dal fatto che le squadre, proprio per la qualità degli standard, non si accontentano solo di buoni CV, ma vogliono vedere in azione i giocatori e così, l’unico modo per me, è quello di accasarmi in una piccola cittadina del nord ovest francese e giocare in una delle competizioni più basse del paese, pregando di essere visto.

OSTACOLI: due allenamenti a settimana, lavoro in fabbrica con turni settimanali alternati, (una settimana turni mattinieri e una serali) quindi possibilità di partecipare agli allenamenti solo due settimane al mese.

Livello molto basso.

Impensabile per me e i miei sogni di gloria prima di quel momento, eppure sono di nuovo la persona più felice del mondo.

Ho una strada nuova da provare e tutto da guadagnare.

Ho le chiavi del campo quindi nelle settimane con i turni notturni mi alleno da solo la mattina, campo e palestra e sono a posto con me stesso.

RISULTATO DELLA DECISIONE: dopo pochissimo vengo selezionato per rappresentare la regione dove gioco in una competizione nazionale under 26 e poi a Gennaio, quindi dopo 4 mesi della stessa stagione, inizio ad allenarmi con la migliore squadra della zona, vengo assunto, gioco la stagione seguente e vinciamo la promozione nella terza categoria francese, la categoria del vero professionismo (in Italia il rugby non è uno sport professionista, in Francia lo è a tutti gli effetti dalla terza divisione).

Il terzo motivo segue nuovamente la decisione di andare all’estero, stavolta in Inghilterra.

Sono testardo e voglio andare lì.

La squadra in cui sono attualmente in Italia, mi chiede di confermare il mio contratto con loro, mi mette giustamente pressione perché se io me ne andassi non avrebbero un sostituto e dovrebbero cercarlo.

Non me lo faccio dire due volte, ho uno, forse due contatti, ma niente di certo e quindi sciolgo il contratto con l’obiettivo di volare in Inghilterra.

OSTACOLI: Non trovo nulla per i primi 6 mesi, mi alleno in un bosco vicino a casa (compagno di mille avventure), sono in formissima e rifiuto tutte quelle chiamate che non hanno prefisso +44.

Però ad un certo punto devo fare i conti con il bisogno effettivo di giocare.

Essere in forma di per sé non basta, ho bisogno di campo, compagni e partite quindi accetto la chiamata da telefono estero sì, (un +33) ma con proprietario a Milano.

RISULTATO DELLA DECISIONE: promozione della squadra in serie A. Uno dei periodi più divertenti e soddisfacenti che abbia mai vissuto.

Poi me ne sono andato anche in Inghilterra, ma questa è un’altra storia.

Sulla mia linea del tempo le esperienze a cui faccio riferimento non si sono presentate una dopo l’altra, ma in ognuna di queste ho vissuto praticamente le stesse situazioni e a mano a mano che si ripresentavano fortunatamente diventavo capace di viverle al meglio, comprenderle e aggiungere pezzi alla mia ricerca interiore.

Brevemente, quando giocavo nelle squadre migliori ricevevo tantissime informazioni e non riuscivo a mettere tutto in pratica immediatamente, vuoi perché avevo bisogno di più tempo e vuoi perché ero impaziente e volevo arrivare sempre più in alto, senza se e senza ma.

Eppure, ora che ci penso, il fatto di giocare in una categoria più bassa non ha mai intaccato la mia autostima.

Al contrario, l’ho sempre fatto per crearmi nuove prospettive, farmi vedere da squadre più quotate, era un “ripartiamo da zero, vi faccio vedere cosa so fare”.

E tutto andava sempre bene.

Mi allenavo tantissimo sui miei punti forti, soprattutto in quelli che nel settore chiamiamo “extras”, i dettagli individuali: quelle situazioni di gioco che normalmente per una questione di mancanza di tempo materiale si tralasciano durante un allenamento collettivo.

Mi è sempre piaciuto lavorare da solo tutti questi piccoli skills che, soprattutto in Italia, vengono tralasciati grossolanamente.

Alla fine, essendo un masochista perfezionista, avere nel mio gioco questi dettagli era diventata la mia forza, particolarmente quando il livello generale si abbassava.

Ho sempre voluto essere il migliore.

Tuttavia, anche in questi casi non sono mai stato capace di godermi il presente: ogni singola cosa era rivolta al futuro.

“Faccio questo ora perché sarà visto da qualcuno e mi farà guadagnare visibilità per la prossima stagione”.

Ho ricevuto tanti complimenti, vissuto tante soddisfazioni, vinto campionati, ma ero diventato un po’ incapace di godermi i successi. Il pensiero era: avanti un’altra esperienza!

Ero più attirato dall’imparare per emergere, che dal giocare per divertirmi.

E così, in questi contesti, l’impazienza faceva da padrona.

Ora non mi occupavo più delle aspettative degli altri e siccome giocavo bene nessun allenatore si imponeva su di me, ma ero ancora evidentemente incerto su ciò che avrei potuto raggiungere senza una squadra di fama migliore.

Ho avuto per anni un senso di ingiustizia, di non riconoscimento dell’impegno che ci mettevo e dei risultati che producevo.

Ma la solita ombra era sempre lì, come potevo essere cosi arrogante? Volevo essere riconosciuto senza avere il coraggio di giocare?

La mia paura del contatto fisico era lì, il mio scontro contro questo limite autoimposto (a questo punto iniziavo a riconoscerlo) mi accompagnava costantemente e facevo un grandissimo lavoro per cercare di superarlo, ma anche per nasconderlo.

Quindi lo scendere di categoria aveva un lato dolce-amaro a riguardo.

Da un lato il sentirmi più preparato e allenato mi dava più confidenza nel buttarmi e provare (senza interessarmi di venire selezionato o no perché il posto da titolare era praticamente garantito dal mio rendimento) e dall’altro però, ogni errore mi faceva sentire incapace di meritarmi anche solo un po’ di quei complimenti espressi nei miei confronti.

Tuttavia questo continuo viaggiare, ricominciare da capo e sbagliare di nuovo è proprio stato ciò che mi ha concesso di approfondire quello che vivevo, di diventare consapevole e di prendere decisioni diverse e sperimentare.

Posso dire con felicità che, pur pensando di essere ancora bloccato in categorie più basse, dalla prima esperienza alla terza ho cambiato drasticamente il modo di pensare ed agire, migliorando esponenzialmente le mie performance.

Ancora oggi sto lavorando al massimo per spostare un po’ più in là le mie convinzioni limitanti, al tempo paralizzanti per me, ma è grazie a questi tre viaggi (esteriori e interiori) che ho potuto capire meglio le basi dei miei pensieri e il modo in cui affrontarli.

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