05 agosto 2026
Capitolo 3 (Io contro me stesso)
Dunque eccoci finalmente qui. Le ingiustizie che provo riguardo al mio fisico sono al loro massimo e sto dando molto peso a questo concetto. Non riesco a non pensare al fatto che l’essere come sono…

Dunque eccoci finalmente qui.
Le ingiustizie che provo riguardo al mio fisico sono al loro massimo e sto dando molto peso a questo concetto.
Non riesco a non pensare al fatto che l’essere come sono mi ha precluso la strada più veloce verso il successo.
Dovrò provarne assolutamente un’altra.
In questo punto della mia vita sono chiaramente (per l’età) in possesso di risorse limitate e riesco a pensare a pochissime possibilità di riuscita del mio progetto. Ragiono con idee vecchie per le quali esistono sempre solo due strade per raggiungere un obiettivo: una giusta ed una sbagliata.
Ma sono determinato e la rabbia mi fa dimenticare per un po’ di tempo di avere dei limiti, delle paure.
L’estate dopo il mondiale non giocato infatti, dà inizio ad un periodo in cui vengo preso da buone squadre seniores del massimo campionato.
Questo mi rende orgoglioso, sono uno dei più giovani e mi ritrovo spesso a giocare a questo livello rispetto ai miei coetanei che invece giocano ancora con le giovanili o a livelli più bassi.
Non passa molto tempo però, che la mia vena perfezionista mi chiede di fare quel passo in più, di raggiungere sempre più alti livelli; giocare va bene sì, ma essere il più giovane non mi scusa se commetto errori o se non faccio la differenza.
Voglio il riscatto per ciò che avrei potuto realizzare se non mi avessero trattato male, una sorta di vendetta. Voglio di più da me e inizio a vedere le cose sotto un’altra luce.
Sono focalizzato esclusivamente sui limiti e sugli ostacoli.
Gioco poco per i miei gusti e continuo sempre di più ad essere segretamente ossessionato dal migliorare la mia difesa, cercando di colmare queste mancanze in diversi modi, da ore di tecnica individuale, alle arti marziali, all’approccio filosofico.
Non ne ho mai parlato con nessuno per paura di dare un motivo per autoescludermi dall’essere selezionato.
Tecnicamente posso dire di essere bravo, eppure nel momento del bisogno la testa mi blocca, mi impedisce di essere me stesso, di essere tranquillo e una volta reso conto di questo, anche il possibile giudizio degli altri mi terrorizza.
Mi sento l’anello debole.
Sono giovane e i miei sogni sono ancora tutti lì, da quel punto di vista non è cambiato assolutamente niente.
Quando sono in mezzo agli altri faccio tanta fatica a sentirmi forte e sicuro di me.
Quando me ne sto da solo riconosco ancora le mie qualità, mi arrabbio contro le ingiustizie degli allenatori che mi fanno giocare poco senza darmi spiegazioni.
Io le motivazioni le ho interpretate tutte dentro di me e vorrei solo che avessero il coraggio di dirmi che faccio cagare in difesa, che sono piccolo e che non ci si può fare niente, mi farebbe male, ma almeno potrei essere sicuro di aver indovinato il problema.
Invece no, mi dicono sempre che tutto va bene e che devo solo aspettare il mio momento.
Uno di loro una volta, ancora prima di iniziare la pre stagione sportiva, senza alcuna possibilità di competizione, mi dice che il mio concorrente alla maglia numero nove è molto più esperto (vecchio) di me e che ovviamente giocherà lui, non è colpa di nessuno.
Era forte davvero, sia chiaro, il solito stile completamente diverso dal mio, ma questa mancanza di possibilità di dimostrare chi ero mi uccideva.
Alla fine mi chiudo sempre di più, non riesco a sentirmi parte dei vari gruppi.
Sono sempre sorridente, mai avuto problemi con nessuno, loro non c’entrano, ma è più forte di me. Come in passato, se non posso dimostrare chi sono non mi concedo di sentirmi a casa.
Voglio spiegare questo concetto che io ho vissuto in questo modo così rigido.
Ci sono diversi modi per entrare a fare parte di una squadra: il tempo sicuramente aiuta a consolidare le amicizie o comunque i rapporti lavorativi; il vivere esperienze insieme, sul campo e fuori, crea legami di fiducia e sicurezza; le buone abilità di un individuo ovviamente accelerano notevolmente la sua accettazione, a meno che non sia insopportabile caratterialmente e allo stesso tempo, le scarse abilità lo etichettano in modo negativo, spesso senza via di scampo.
Per ultimo, ma non per importanza, in campo professionistico gli obiettivi in comune dovrebbero bastare a mettere tutti d’accordo.
Io non mi sono quasi mai sentito parte delle squadre in quelle circostanze in cui non ero preso in considerazione per giocare.
Il campo era il mio modo di parlare, ero lì prima di tutto per giocare, per i miei sogni, e senza avere possibilità di dimostrare le mie abilità, come potevano darmi fiducia i miei compagni?
Mi sembrava l’unica cosa che contasse, e spesso ho visto che il professionismo effettivamente poggia le basi su questa freddezza. Il lavoro è lavoro e ognuno deve prima fare il suo, poi se si può diventare amici tanto meglio.
In realtà poi ho imparato che le squadre che riescono a costruire legami forti sono anche quelle che riescono a vincere di più, ma tutto si impara con pazienza.
Io ho vissuto tante bellissime esperienze, ma non mi sono mai preso il tempo di coltivare correttamente le amicizie.
Il tempo passava, i compagni potevano cambiare e io rimanevo sempre con il mio obiettivo, ma concentrato sulle mie debolezze, incapace di risolverle e di sentirmi libero e capace di essere quello che sognavo.
Nessuno ha mai saputo quanto ci tenessi o quanto stessi lavorando per esaudire i miei desideri ed essere vincente.
E la colpa per me era soltanto mia, io che pur provandoci non riuscivo a sistemare il mio maledetto problema, che non riuscivo a mettere un chilo “neanche a pagarlo” e mia che mi isolavo perchè non mi sentivo abbastanza bravo per giocare con i miei compagni titolari.
Nella mia testa, essere la prima scelta era la sola via per essere visto: cinque, dieci, venti minuti (quando andava bene) non aiutavano la mia causa.
Ovviamente così non mi diverto più molto a giocare.
Il tutto si riduce ad una sfida continua mossa dal senso di ingiustizia.
Però mi piace tanto allenarmi, potrei andare avanti ore. Lì posso provare e riprovare ed essere me stesso.
Non mi aspetto più di giocare, quindi anche se sbagliassi qualcosa non cambierebbe niente, e infatti credo di essere diventato il tipico “fenomeno” da allenamento.
Non mi fermano, segno e placco sicuramente di più e soprattutto mi riviene il sorriso: è una piccola fiammella che mi conferma di essere ancora capace. In questi contesti, di settimana in settimana sento di dare ai miei compagni la certezza che si possono fidare di me.
Gli allenatori non la pensano comunque così e questo tiene l’ago della bilancia ancora un po’ verso il pensiero negativo, ma rimango lì, voglio essere in corsa e penso che forse non è soltanto colpa mia.
Quando ho la possibilità di giocare per qualche minuto, entro in campo per me stesso, per dimostrare che si sbagliano, per uscire da vincitore ma tutto risulta sempre un po’ forzato.
Inizio sempre con l’aspettativa di fare cambiare idea a tutti, quell’idea di incapacità che io ho costruito intorno a me a causa di tutti gli avvenimenti.
Quindi gioco bene sì, ma non faccio la differenza come vorrei e a nessuno viene in mente di cambiare pensiero.
Gli anni passano, tre per l’esattezza, e la situazione si ripete in tre squadre diverse praticamente allo stesso modo.
Ho bisogno di cambiare.
Ora mi interessa solo mettere a posto quello che non va, senza le basi il mio sogno non può essere raggiunto.
Devo lasciare alle spalle la rabbia verso me stesso, verso gli altri, accettare in qualche modo il limite che ho e andare avanti un passo dopo l’altro.
Scendo di categoria e ha inizio un nuovo blocco di esperienze in cui il mio focus si sposta fondamentalmente sull’aspetto mentale di tutta la faccenda.
Continua il mio viaggio inconsapevole da mental coach….