05 agosto 2026
Capitolo 2 (Io contro il mondo)
Ormai sono incazzato. Ho solo un obiettivo in testa. Fin da piccolo sono sempre stato molto determinato, quindi per fortuna riesco a vedere la situazione come una delle tante sfide già affrontate in…

Ormai sono incazzato.
Ho solo un obiettivo in testa.
Fin da piccolo sono sempre stato molto determinato, quindi per fortuna riesco a vedere la situazione come una delle tante sfide già affrontate in passato, con la piccola differenza che questa volta la motivazione che mi spinge è una leggera rabbia accecante.
Come siamo arrivati qui?
Brevemente.
Nella mia fase uno ho vissuto per tanto tempo di rendita per il mio talento, ero bravo in tante cose senza dovermi impegnare più di tanto, ma io lo facevo lo stesso.
Mi piaceva molto la competizione e grazie ad una sana ricerca di perfezionismo ero sempre capace di trovare le soluzioni per qualsiasi sfida.
La sana ricerca però, in un tempo non troppo lungo, si è trasformata in un qualcosa di meno sano.
Il divertimento nella mia testa era dipendente dalla buona esecuzione, dal dare spettacolo e purtroppo anche dal bisogno di conferme di chi mi stava accanto.
Come dicevo, ho deciso di essere uno sportivo professionista molto presto, non volevo sentire ragioni differenti o limitazioni di alcun tipo, quindi qualsiasi critica o ostacolo dovevano essere analizzati e sistemati immediatamente.
Ho avuto ottime possibilità di emergere sportivamente molto presto, intorno ai 13 anni e tutto filava liscio anche se l’unica cosa che contava era sempre di più una sola: il risultato.
Sempre meno divertimento, maggior carico di autoanalisi e lavoro.
Questa consapevolezza inoltre, mi stava indirizzando verso una terribile verità: ero un rugbista e avevo paura del contatto fisico!
Fin da quando avevo iniziato a giocare (e succede sempre anche adesso) mi ripetevano commenti come “ma non sarai troppo piccolo per giocare?” oppure “ma se ti cadono sopra ti schiacciano!”, eccetera eccetera e così, con la genuina ignoranza del tipico bambino e a causa della fastidiosa ignoranza tipica dell’adulto ho iniziato ad innaffiare dentro di me il seme del dubbio.
Il mio gioco piaceva agli allenatori, ma io ormai ero convinto che per andare avanti per bene dovevo mettere a posto questa cosa.
Quando sbagliavo temevo che tutti avessero visto le mie lacune e attendevo con terrore il giudizio negativo.
Mi mettevo sotto pressione, mi giudicavo incapace e avevo il terrore di affrontare quell’area di gioco.
Per fortuna, nonostante questo blocco e le dichiarazioni sul mio fisico atipico per un rugbista, tutto il resto del mio modo di giocare mi teneva in corsa per i posti migliori e per le squadre più competitive.
A me ovviamente interessava solo risultare capace a 360 gradi, niente auto celebrazioni, se non al raggiungimento della perfezione……..
La posta in gioco si alzava, con le chiamate nelle nazionali giovanili, dove gli allenatori non perdonavano gli errori, diciamo giustamente, e lo facevano in un modo che mi faceva sentire sbagliato.
In quei contesti si dice “morte tua, vita mia”.
C’è molta competizione per un posto solo e i miei diretti rivali rappresentavano fisicamente l’esatto stereotipo di rugbista, grosso e aggressivo.
Io no.
Questo sia nella realtà, ma soprattutto nella mia testa.
E non volevo nemmeno esserlo, però chi lo avrebbe detto ai selezionatori?
Volevo solo giocare bene! Odiavo già allora le etichette, eppure avrei pagato per appartenere a quella di “rugbista grosso e aggressivo”.
Oggi, grazie al coaching, so che se avessi saputo esprimere tutto me stesso e il mio gioco diverso, più dinamico e tecnico, me la sarei giocata alla pari, ma lì per lì la soluzione che mi sembrava più sensata era quella di accontentare il “mondo” (il mio almeno) e cercare di imitare gli altri, cercare di capire quello che gli allenatori si aspettavano da me e farli contenti.
Non mi piaceva, non giocavo più bene, lo sapevo io e lo vedevano loro.
Copiando non avevo nulla da cui attingere se non quello che mi mostravano i miei compagni e in situazioni sconosciute non sapevo più cosa si sarebbero aspettati da me.
E ovviamente, anche cercando di copiare, le mie paure restavano sempre quelle, purtroppo addirittura rafforzate dalla distanza che vedevo tra me e i miei compagni, e le convinzioni generali.
Ero arrabbiato con loro che non capivano il mio impegno, le ore di allenamento anche da solo per migliorare questi aspetti, i sacrifici nel lasciare gli amici indietro alla ricerca di un sogno che per i loro stereotipi poteva anche sfumare davanti ai miei occhi.
Come al solito la sola cosa che contava era sempre quella, il risultato immediato.
Perchè non può essere più facile?
Perchè non posso essere come gli altri?
Perchè non riesco a correggermi?