05 agosto 2026
Capitolo 10 (Barbarians)
Questa storia parla dell’Esperienza con la “e” maiuscola. È il mio ricordo del giorno che ho giocato con i Barbarians. Per chi non conosce il rugby, i Barbarians sono la squadra ad inviti più…

Questa storia parla dell’Esperienza con la “e” maiuscola.
È il mio ricordo del giorno che ho giocato con i Barbarians.
Per chi non conosce il rugby, i Barbarians sono la squadra ad inviti più importante al mondo nata in Inghilterra nel 1890.
È famosa per essere la squadra che ogni anno convoca giocatori da ogni parte del globo per sfidare le varie squadre nazionali, regalando partite di altissimo livello, ma soprattutto di grandissimo spettacolo. È il concetto delle squadre all stars di altri sport, ma questo è un vero e proprio club.
Giocare con i Barbarians vuol dire sposare una filosofia di gioco che impone di divertirsi e di divertire.
Questa selezione fa molte partite all’anno, anche se non tutte vengono pubblicizzate come quelle tre o quattro contro le migliori nazionali del mondo.
Si tratta spesso di partite di beneficienza o di eventi particolari in cui i selezionatori riuniscono ex mostri sacri del rugby e giovani promettenti per portare avanti lo spirito di questa maglia.
Io ho avuto l’onore di giocare per loro.
Come?
Un mio compagno di squadra, ex giocatore di altissimo livello internazionale, che aveva già giocato per loro diverse volte, era stato selezionato per esserne
il capitano e aveva anche ricevuto l’incarico di trovare un giovane mediano di mischia (il mio ruolo) che non avesse giocato con la propria nazionale maggiore.
Mi aveva chiesto se fossi interessato………
Ricordo che si continuava a raccomandare di non prendere la cosa sotto gamba perchè ne andava della sua reputazione con l’organizzazione che gli aveva dato fiducia.
Poca pressione insomma.
Nel periodo in cui si colloca questa esperienza mi trovavo in una di quelle prime buonissime squadre dei primi racconti, eravamo in corsa per i playoff del più alto campionato italiano, avevo 21 anni ed ero decisamente in forma anche se acerbo in termini di conoscenze.
Non giocavo tantissimo e vivevo la cosa con grande senso di ingiustizia.
Questa chiamata aveva gonfiato il mio ego in maniera spropositata, tanto da pregustare ancora una volta tutta una serie di possibilità future veramente importanti, una rivincita unica.
Parallelamente però, sentivo anche il fiato sul collo delle aspettative di tutti quegli “avvoltoi” pronti a giudicarmi incapace.
Non ero ancora molto capace a gestire queste cose, ero praticamente all’inizio del percorso.
L’unica cosa importante comunque era partire e diventare un Barbarian.
Avremmo giocato a Londra contro la selezione delle forze armate britanniche per la giornata della memoria ai caduti delle guerre mondiali, una partita che si svolgeva ogni anno e che la stagione precedente aveva visto i militari vittoriosi.
Non era una passeggiata, ed era richiesta una vittoria.
Mi ritrovo in mezzo a campioni Sud Africani, Irlandesi, Gallesi e Neo Zelandesi con una media di 60/70 presenze internazionali . Il top del top.
Un’occasione imperdibile.
Un’occasione per me inquietante, che non ammetteva sbagli.
Partiamo in direzione Londra.
Mi sento fighissimo, mi sento di nuovo parte del mio sogno.
All’arrivo in hotel, ci fanno sapere che le porte per noi sono “ovviamente” tutte aperte e che abbiamo a disposizione ogni servizio desiderato.
“Passate a ritirare il materiale e poi siete liberi, ci rivediamo a cena”.
Un borsone E-N-O-R-M-E pieno di vestiti dal logo inconfondibile mi attende con sopra il mio nome.
Me lo porto in camera.
Sono praticamente in estasi.
Il mio compagno di stanza mi propone di andare in palestra a sgranchirci le gambe dopo il viaggio. Col cazzo! Lui va, io passo in rassegna tutti i MIEI nuovi vestiti al settimo cielo. Non riesco ancora a crederci.
Ora di cena, obbligatorio restare insieme e bere birra con i nuovi compagni e con la dirigenza, compreso lo storico presidente di quasi 90 anni.
È felice e vuole scambiare due chiacchiere con tutti.
È contagioso.
È appassionato.
Riesce ad aumentare la mia felicità già a livelli massimi.
Vado a letto, domani si gioca, non ricordo quante volte mi sono svegliato.
Giorno 2.
Sveglia, colazione.
Inizio a farmi domande sulla partita, non ho idea di chi giocherà al mio fianco, non so come saremo organizzati e io DEVO comunque fare bella figura.
Dicono che abbiamo in programma di fare un mini allenamento per “sistemare le ultime cose”, a me mancano anche le prime, non vedo l’ora di poter andare e crearmi almeno una o due certezze da avere con me in partita.
Arriva il pullman e ci porta al campo, ovviamente piove e c’è il vento, siamo a Londra.
Iniziamo a giochicchiare ridendo e scherzando. Tutti esibiscono un livello stratosferico, davvero lontano da tutto quello che avevo già vissuto io, che era comunque l’alto livello italiano.
Semplicità, ma anche chirurgica accuratezza.
Ci raggruppiamo, l’allenatore è sir Bryan Ashton, allenatore dell’Inghilterra ai precedenti mondiali, roba serissima.
CHIEDE, lui a noi, due cose e ci fa organizzare in autonomia controllando semplicemente la validità del piano. Uno scambio alla pari di 3/4 minuti che ci da modo di preparare la partita e di avere chiarezza sui pochi codici da utilizzare per comunicare.
20 minuti di prove pratiche sul campo e ce ne torniamo in hotel.
Aspettiamo le 4, ora dell’ultima riunione.
Consegna maglie, BRIVIDI!
Partiamo per il campo da gioco.
Ho tanta paura.
L’evento più simile e ancora molto vicino è stato il mondiale.
Sono in mezzo a giocatori espertissimi che vogliono solo giocare, non vogliono gente scarsa tra loro.
Non vogliono perdere tempo.
Ed è la mia occasione, non lo voglio nemmeno io.
Sul pullman penso a tutte queste cose e uso le mie strategie per ricordarmi quanto sono bravo, che posso farcela e come d’abitudine mi sto isolando, fino a che dal fondo i senatori iniziano a coinvolgermi, a coinvolgere tutti raccontando aneddoti stupendi sul loro passato e sulla loro carriera.
Chiedono, scherzano e parlano rendendo indimenticabile un viaggio che poteva intrappolarmi nella tipica sensazione di pressione, qua centuplicata.
Mi permettono di rilassarmi e mi dimentico di tutto.
Capisco che l’unica cosa che voglio è solamente divertirmi, voglio essere come loro.
Sono persone che ne hanno vissute talmente tante che questa è solamente l’ennesima partita, in cui dovranno fare solamente quello che hanno sempre fatto.
Non ci sono etichette.
Non ci sono occasioni imperdibili.
C’è una partita da giocare.
E mi tranquillizzo concentrandomi esclusivamente sul buon umore che ormai è parte di quel pullman.
Ho usato il ricordo di questo viaggio tantissime volte dopo quel momento.
Arriviamo allo stadio.
Siamo i Barbarians, i tifosi sono venuti a vedere chi siamo, sono curiosi e ovviamente conoscono solo la metà di questo gruppo.
Mi torna un po’ di pressione.
Io entrerò dalla panchina, in questo caso il senso di ingiustizia è inesistente, al contrario solo piccoli dubbi.
Ho tempo per scaldarmi, anche a partita iniziata e come mio solito seguo la routine in solitaria, non guardo la partita e penso solo al mio.
Stiamo vincendo una partita comunque molto combattuta, non scontata.
Non ho idea di quanto potrebbero farmi giocare, non sono abituato alla giustizia.
E invece…
Bryan Ashton mi chiama e con un sorrisone a 120 denti mi dice, IN ITALIANO, “vai e divertiti! Fammi vedere cosa sai fare. Hai 30 minuti!”
Ancora oggi sono basito!
E mi faccio tante domande su quante cose sbagliate ci siano al mondo (In particolare nella formazione italiana).
Ma l’esperienza serve anche a questo e sono più propenso a concentrarmi sul potenziale che le persone possono raggiungere allargando i propri orizzonti.
Quindi, sempre più estasiato, gioco.
Mi diverto come non mai. Il ritmo di gioco è molto alto, corro e sono distrutto.
Arrivo ad un centimetro dal segnare. Passo bene, gioco bene, faccio anche errori ma è uno dei giorni più belli della mia vita.
La lezione più grande che ho portato con me, come ho già detto è stata quella di imparare a vivere con leggerezza qualsiasi situazione.
Non importava la maglia che indossavo o la partita che stavo per giocare, queste cose non potevano cambiare le mie abilità.
Il mio scopo era quello di tornare a divertirmi il più possibile, tornare alle origini e giocare come quei personaggi che avevano preso tantissimo dallo sport, ma anche dato tantissimo e che ora non avevano più voglia di pressioni o imposizioni, ma solo di felicità.
Ci ho lavorato ogni singolo giorno dopo quell’esperienza e alla fine posso dire di avercela fatta.
Non è stato semplice perché ho dovuto lavorare tante cose prima di liberarmi di tutti i condizionamenti esterni che avevo imparato.
La prima?
Lo stesso anno i Barbarians mi avevano richiamato per giocare un’altra partita. Sarei stato titolare (è una regola interna per chi viene chiamato una seconda volta), ma la mia squadra non mi ha lasciato andare.
Ammetto che il mio umore e i miei buoni propositi sono ripartiti da zero in quel momento.
La rabbia era tanta, ma la strada era quella giusta.
È stata solo una questione di pazienza e costanza.
Grazie Baa-baas!