05 agosto 2026
Capitolo 1 (Dove tutto è iniziato)
Ho imparato che esistono tre fasi per lo svolgimento di un qualsiasi processo e più in generale, nella vita di tutti. La prima fase è quella dell’approccio alle cose, in cui fondamentalmente si è…

Ho imparato che esistono tre fasi per lo svolgimento di un qualsiasi processo e più in generale, nella vita di tutti.
La prima fase è quella dell’approccio alle cose, in cui fondamentalmente si è ignoranti rispetto alla situazione da affrontare, si imitano i movimenti visti o comunque, istintivamente, si cerca di arrivare ad un obiettivo senza avere la più pallida idea di cosa si stia facendo, si è liberi e non è raro che si arrivi ad ottenere comunque il risultato sperato. Succede tutte le volte che si vuole imparare qualcosa e in un senso più profondo, questo rappresenta a grandi linee il periodo dell’infanzia.
Nella seconda fase dell’apprendimento (metaforicamente dell’eta adulta), ci viene spiegata la tecnica per arrivare ad un determinato traguardo e ci si scontra con la difficoltà dei movimenti precisi e limitanti che ci intrappolano in una sensazione di goffaggine, essenziale però a indirizzarci verso la terza e ultima fase: la saggezza dell’anziano.
Questo è il momento in cui si torna ad essere quei bambini della prima fase, liberi e spensierati, capaci però di utilizzare tutte le tecniche provate e riprovate nella seconda fase.
Voglio iniziare raccontando del giorno che io riconosco come l’ingresso in fase due della mia vita.
Mi trovo nella mia stanza da letto dell’Accademia nazionale di Rugby in toscana, un centro sportivo isolato dal resto del mondo in cui ho passato cinque giorni su sette, per una sola, ma lunghissima stagione sportiva.
Ho appena compiuto 19 anni, mi alleno per tutta la settimana con i migliori giocatori d’Italia delle categorie nazionali giovanili e poi torno a casa il weekend per giocare con il mio club.
Non ho un gran rapporto con gli allenatori, ma sono coloro che possono decidere il mio futuro e quindi faccio di tutto per accontentarli facendo di tutto per non fare contento me stesso.
Quel giorno il telefono squilla, e dall’altra parte, la voce inconfondibile del mio allenatore dell’accademia mi comunica che sarò parte della squadra under 20 in partenza per il campionato del mondo di lì a pochi giorni.
Sono più giovane degli altri, non sarebbe stato il mio anno, ma a causa di un infortunio del giocatore nel mio ruolo tocca a me.
La mia testa va subito alla realizzazione di un lungo sforzo, all’idea di possibili contratti futuri, sono incapace di restare nel presente perchè finalmente ho l’occasione che può far realizzare il mio sogno: essere un giocatore professionista, senza limiti, crescere in squadre prestigiose e vivere della mia passione.
Sono pronto.
Parto e raggiungo il ritiro a Roma.
Due settimane lì e poi si vola a Cardiff dove la preparazione al torneo continuerà per altre due settimane prima dell’inizio del torneo.
Gli allenamenti sono lunghi e duri e per me, ancora più difficili per i continui rimproveri e insulti dell’allenatore.
Lo conosco bene, è il suo modo, ma ancora non me ne sono fatto una ragione e al posto di darmi fiducia fa di tutto per farmi sentire incapace.
Forse non sono pronto.
Me lo chiedo, dubito un po’, so bene i miei punti deboli ma so anche quelli forti, quindi penso che basterà avere anche una sola occasione per poter cambiare la mia situazione all’interno della squadra. Sono il giovane ultimo arrivato sì, ma so giocare e merito questo posto.
Da solo me lo ripeto con tanta sicurezza, in mezzo agli altri non so farmi valere e resto nel mio.
Voglio che sia il campo a parlare.
Ormai siamo già in Galles, manca una settimana alla prima partita contro la Francia e la situazione non è mai cambiata e la pressione che sento è sempre più forte.
È la mia occasione, ho sempre dato tanto per tutto questo, ho dei limiti, me lo ricordo sempre, ma nonostante tutto i miei punti forti mi hanno dato una chance, non voglio perderla adesso.
Mancano due giorni alla partita.
Siamo in un momento di riposo tra gli allenamenti, sono in camera steso sul letto. Scena già vista, l’allenatore mi chiama e chiede di raggiungerlo nella sala riunioni dell’hotel.
Corro.
Potrei anche essere titolare nonostante le urla e i rimproveri, non so cosa pensare, non sarebbe la prima volta che mi stupisce con comportamenti incomprensibili.
Entro e c’è tutto lo staff riunito, davanti a loro una sedia solitaria messa apposta per me.
Mi siedo, loro parlano, dicono che hanno cambiato tattica.
Devo tornare a casa e al mio posto arriverà un giocatore di un ruolo completamente diverso dal mio.
Mi ringraziano dell’impegno e della professionalità, li ringrazio per i ringraziamenti e sono pronto per tornare in camera.
Un’ultima cosa, per effettuare questo scambio devo fingere di essere infortunato, è il regolamento.
Mi fasciano una gamba e mi consegnano delle stampelle e posso tornare in camera, mi ricordo di aver finto anche bene, non so perchè.
Passo ancora qualche giorno con i ragazzi, ma ovviamente è come se me ne fossi già andato, non riesco a sentirmi parte del gruppo, non ho dimostrato niente e forse, proprio perchè non l’ho fatto, vengo mandato via.
Per i ragazzi sarò sempre quello non all’altezza?
Ho vergogna e so che loro non possono pensare a me perchè hanno la partita, il torneo che ti cambia la vita, che ti apre le porte e ti fa vivere il sogno.
Torno in Italia.
Un viaggio che non dimenticherò mai.
All’hotel arriva un taxi e non c’è nessuno a salutarmi. I ragazzi lo hanno fatto la sera prima.
Durante il tragitto fino all’aeroporto il tassista continua a ripetermi che non mi devo preoccupare e che gli infortuni sono parte della vita, che di sicuro avrò la mia occasione una volta guarito e che tornerò più forte di prima.
Vorrei piangere.
Per fortuna almeno il taxi era pagato.
Arrivo all’aeroporto e finalmente posso cercare di lasciarmi tutto alle spalle e tornare a casa.
È piena estate e io voglio solo ricominciare ad allenarmi.
Sono deciso a cambiare le cose, a non accontentare più nessuno.
Io contro il mondo. Io contro me stesso.
Io alle porte della fase due. Una fase di ricerca di ciò che mi aveva impedito di farcela.
Una fase di autoanalisi, di scoraggiamento, di senso di ingiustizia, ma soprattutto di crescita personale e alla fine, soddisfazioni enormi e vittorie!
Mi sono avvicinato al metodo del coaching (anche se inconsapevolmente) subito dopo questo evento e non l’ho più abbandonato.
Queste saranno le storie degli insegnamenti e dei successi che il coaching mi ha regalato e che ora voglio condividere per aiutare chi ne vorrà approfittare!